Al Comitato promotore, al Forum: un canto.

E’ vero, sono giorni di vivaci discussioni, di critiche, di amarezze anche. Visioni contrapposte, metodi diversi, strategie non chiare.
La discussione virtuale ha i suoi limiti, non guarda negli occhi gli interlocutori, non trasmette le sfumature, non comprende gli abbracci, non avverte la stanchezza nella nostra resistenza collettiva.

Molti che si sono avvicinati durante il processo referendario hanno trovato nel movimento per l’acqua  una certa dolcezza non proprio comune ad altre esperienze. Ed è vero, in paragone a tante realtà nazionali siamo molto oltre.

E a quelli che si sono avvicinati durante il processo referendario mi rivolgo:  se è vero che discutiamo è solo perché ne vogliamo ancora di più, di dolcezza democratica. E’ arduo il percorso di destrutturazione e costruzione. E questo percorso è molto più culturale che politico nel mio modesto parere.

Mi ha colpito una persona che ha scritto qualcosa rispetto gli interventi solo apparentemente costruttivi. E mi preme rispondere che non esiste intenzione di distruggere la dolcezza, il livello di partecipazione che abbiamo già conquistato. Semmai approfondirlo. Non è abbastanza ancora per definire solida una nuova soggettività, per ripararla dai tranelli che sono frutto della nostra storia personale formatasi dentro una cultura che non è mai stata veramente emancipatrice.

Molti tra noi non si pronunciano. Alcuni ormai per soggezione – tante volte accusati di essere portatori di rancore e distruzione. Molti altri confidano che nessuna direttrice o dinamica attecchisce nei territori se non la percepiscono come loro perciò tanto vale aspettare e seguire la propria strada. Altri ancora sono riusciti a costruirsi spazi molto definiti e forse si manifesterebbero solo se questi spazi venissero in qualche modo minacciati, siccome non lo sono meglio tacere eseguire il flusso.

La democrazia non è solo volerla, è alenarla, come un muscolo.  Ed è un rigoroso, personale e onesto processo continuo di autocritica prima di tutto.

Perciò l’ulteriore allargamento del Forum teorizzato da Marco Bersani non può essere scartato, certamente,  ma va coltivato con delicatezza, ponendo attenzione a non soffocare questa ardua dolcezza conquistata.

Non sono custode di nessuna verità e non la rivendico neppure. E sarebbe bello se ognuno di noi si spogliasse della pretesa di aver ragione, riuscisse nella difficile impresa di mollare l’osso rappresentato dal potere. Perché è il potere, il voler averlo, manipolarlo, uno dei nostri peggiori nemici. Ci consuma dall’interno, noi, gli ultimi in questo meccanismo infernale rappresentato dalla società capitalista.

In questi giorni cerco di tenere in mente i momenti che ci hanno visti tutti insieme, compatti, proprio per non dimenticare le necessità che hanno dato vita a questo meraviglioso contenitore rappresentato dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua.

Lo amo, il Forum. Non siamo tutti uguali, non apparteniamo agli stessi schieramenti ideologici, non condividiamo le stesse esperienze e non siamo uguali neanche negli obbiettivi che intravediamo al suo interno. Ma ha funzionato e funzionerà finché ognuno di noi potrà sentirsi rispecchiato.

E questa diversità invece di essere considerata debolezza va interpretata come la nostra vera differenza, come l’elemento realmente inedito nella storia dei movimenti italiani.

Come nelle repubbliche libere degli schiavi fuggiaschi brasiliani, costituita da etnie africane diverse e anche da uomini e donne occidentali che vedevano in quella opportunità un rifugio e una speranza di dignità umana.

Li, nel profondo Brasile, nella Serra da Barriga, ventre della prima repubblica libera brasiliana, è nato il Quilombo dos Palmares.  Esseri umani attorno ad un stesso fuoco celebravano liberamente –  con danze e musiche e lingue diverse – i loro diversi Dei.
Ad unirli il desiderio di libertà.

O Quilombo dos Palmares nel suo sincretismo ha resistito per un secolo.

E siccome non ho la pretesa della verità faccio bene a relativizzare le mie idee con un regalo a voi in allegato, una canzone brasiliana: Roda Viva, nella sua versione italiana.
Nella traduzione in un certo passaggio hanno deciso di sostituire i termini “samba” e “chitarra” con “rabbia”. Io preferisco il samba ricordando che la vita è incerta: “Un’ora un minuto un istante Ti butta di qua poi di là“.

Rotativa (Roda Viva)

A volte un ragazzo si sente
Come uno che parte o che muore
E scopre che non conta niente
Che il mondo è più grande di un cuore
Nel cuore il ragazzo coltiva
La rosa più bella che c’è
Ma attento che la rotativa
Si porta la rosa con sé

Rotativa ruota gigante
Ruota motore ruota che va
Un’ora un minuto un istante
Ti butta di qua poi di là
Un uomo va controcorrente
Con tutto il coraggio che può
Ma un giorno si stanca e comprende
Che il fiume è più forte, però vorrebbe trovare una riva

E farsi lasciare dov’è ma attento che la rotativa
Si porta la riva con sé rotativa ruota gigante

………. a volte la gente protesta
E scende per strada a cantar
È come vedere una festa
Il popolo intero che va
La rabbia non ha alternativa
Là dove l’amore non c’è
Ma attenti che la rotativa
Si porta la rabbia con sé

Rotativa ruota gigante….

La rosa la riva la rabbia (O samba, a viola, a roseira)
Volarono al vento così
Son come un castello di sabbia
Che ognuno di noi costruì
E mentre si va alla deriva
Ci resta un ricordo, finché
Non cade nella rotativa
Che porta il ricordo con sé

Rotativa ruota gigante ruota motore ruota che va
Un’ora un minuto un istante
Ti butta di qua poi di là

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