Movimento Acqua. Quando il “basso” è ancora più in basso

 
 
 
Il testo sotto nasce da una discussione – “Le parti sociali chiedono le liberalizzazioni?” – nata a hyperlink, la lista del Forum italiano dei Movimenti per l’acqua

Grazie Nadia per i tuoi contributi.
Provo a fare qualche riflessione partendo dalla tua ultima domanda sulla relazione con lo Stato da una prospettiva “dal basso”.
4to Quale tipo di relazione etica è compatibile con una forma Stato che necessita di strumenti per “comandare comandando” e che non può “comandare obbedendo” pena la sua implosione?

Lo Stato italiano e le forze che chiami “amministratori del dissenso” non si auto riformano.  Sono dei transatlantici in mezzo ad un mare burrascoso come non si vedeva da decenni e hanno trovato nella blindatura l’unica possibilità di resistere. La legge elettorale, il progetto di bipolarismo, la chiusura dei partiti alla discussione esterna e interna e lo sistematico appiattimento dei sindacati alla confindustria (macinando criminalmente diritti conquistati con sudore e sangue dei lavoratori) sono solo alcuni dei sintomi più evidenti del voler inibire la società dei processi decisionali.
In più in ogni loro sfumatura e a prescindere della collocazione a destra o a sinistra si percepisce la resa a quello che considerano da una parte l’inevitabilità del trionfo del Mercato, dall’altra i paletti “democratici” che ne derivano.
Ed è resa anche dei partiti a sinistra del PD quando hanno individuato nell’occupazione sistematica della macchina amministrativa l’unica possibilità di trovare una collocazione dentro il transatlantico, con la vaga idea di mantenere qualche oblò aperto ai segmenti della società che teoricamente rappresentavano.

La dimostrazione è il pragmatismo adottato nelle alleanze elettorali con il cugino più grande nelle sue svariate maschere (PDS, DS, PD) durante tutto il decennio scorso, dove in cambio della garanzia di posti (assessorati, ministeri vari) hanno in generale tradito programmi. La parola d’ordine era (ed è ancora in alcuni nuovi soggetti) ” se possiamo incidere non rompiamo alleanze”.
Questa pratica è risultata drammatica per la sinistra che è uscita dal Parlamento e ancor di più per le forze sociali.

Ad avvallare questa tesi ricordo Bertinotti – in un tentativo di autocritica nel testo “Le ragioni di una sconfitta”  dove imputa parte consistente della sconfitta alla impermeabilità del governo Prodi –  sui movimenti  ammette :

“Questo partito, in particolare da Genova in poi, aveva scelto, pur nel rispetto pieno delle autonomie e delle diversità di ruolo, un rapporto di scambio imprescindibile col movimento.(…) Il passaggio alla pratica concreta, all’approfondimento nella prassi, già in sé difficilissima, ha incontrato il limite più serio che si è manifestato nella stessa rifondazione, quello che più ha pesato anche nella difficoltà a contribuire a contrastare le flessioni, le ombre dei movimenti. Quel limite pesante è stata la mancata innovazione del modello di organizzazione del partito, malgrado la sollecitazione forte che è venuta dall’esperienza delle donne. E’ mancata la sperimentazione del passaggio da una struttura verticale, piramidale, ad una struttura orizzontale, a rete, capace di esaltare il saper fare, il fare società, i processi di socializzazione, la partecipazione, il valore dell’esperienza e della persona. Tutto ciò ha probabilmente contribuito a pregiudicare la possibilità di una reale autonomia dal governo”.

In più:

“C’è stato su questo punto, quello dell’autonomia, indubbiamente, un prevalere del dover essere, una sopravvalutazione di sé come comunità politica originale e capace di farcela, perché in grado di poggiarsi sul lungo percorso dell’autonomia del PRC dal 1998 al congresso di Venezia del 2005″.

Nella incapacità di rapportarsi con i movimenti Bertinotti perciò identifica parte delle ragioni del disastro elettorale. Ma è una lettura limitata. Su questo concordo con Valentino Parlato (“Un inizio che non basta” il manifesto 13.06.2008):

(…) “quello che manca (e colpisce in Fausto Bertinotti) è una seria analisi dei cambiamenti sociali e soprattutto dei rapporti di lavoro, delle trasformazioni del capitalismo proteiforme e delle forme dello sfruttamento. Non andare oltre l’esame delle trasformazioni e degli errori della e nella politica rimane – sempre a mio avviso – il limite grave della sua analisi”.

Non possiamo cadere nello stesso errore per questo ottimo le riflessioni sul momento, responsabilità e scelte che dobbiamo fare..

Dunque, abbiamo uno Stato blindato impermeabile alla società, abbiamo partiti, sindacati e associazioni ermeticamente chiusi.

Però mancano mattoni a questo edificio per aver un quadro più compiuto sulle modalità di incisione che hanno reso inconsistenti le reazioni a questa realtà e indicano lo stato di malattia politica della società, del quale poi è costruita una etica:

I movimenti, la loro caratteristica  e il loro reale radicamento.

Nadia scrivi:
Alla forma Stato corrispondono organizzazioni come i partiti, i sindacati e le varie associazioni  cooptate in qualità di”amministratori del dissenso”, che per quanto flessibili mantengono una struttura verticale e gerarchica ed una cultura della rappresentanza e della democrazia che si scontra con quella dei movimenti sociali  orientati a costruire forme alternative orizzontali con poteri rotativi Anche in questo caso la realtà conferma che il primo tipo di organizzazioni tende ad impadronirsi e colonizzare tutti gli spazi comuni emarginando o annichilendo le diversità e le minoranze

Ma i movimenti possono affermarsi  immuni al comandare comandando“, a  forme di organizzazione verticistiche? Sono loro stessi orientati a costruire forme alternative orizzontali” ?
I movimenti nati in questi due decenni (limito temporalmente per non aver vissuto altri momenti italiani) non hanno loro stessi riprodotto forme, metodi e alleanze che poco distinguevano dall’etica del potere che tanto combattevano?
Non hanno loro stessi passati per “rappresentanti legittimi” della società assumendo un ruolo prestabilito nel teatro delle parti?
Non hanno loro stessi convogliato verso i partiti, promuovendo alleanze che letteralmente hanno distrutto tante associazioni ricchissime di esperienza e presenza nei territori?
Non hanno loro stessi ceduto al protagonismo e alle cruente guerre interne per il controllo e le forme di blindare strategie?
Non hanno loro stessi peccato dell’arroganza di essere i migliori interpreti dei soggetti e problemi che difendevano senza mai creare legami profondi?
Non hanno loro stessi spesso traditi i propri principi fondanti?
Nel frattempo in che modo l’organizzazione sociale ha dato passi avanti?  In che modo i movimenti sono stati in grado di stimolare la partecipazione consapevole e duratura dei cittadini?

E’ crociale porci interrogativi sui nostri fallimenti. Inaugurare una profonda e onesta autocritica sulla nostra vulnerabilità all’etica che nasce dalla lotta per il potere e per il ruolo che intendiamo avere. Per superarci dobbiamo per primi aver il coraggio di guardare il nostro settarismo e l’arroganza di crederci portavoce naturali di una società disorganizzata ma con nuovissime contaminazioni.

Nel caso specifico del movimento per l’acqua – bene comune pubblico – possiamo ammettere che veramente vogliamo essere espressione di una trasversalità reale? O ci serve come bacino per imporre poi le strategie di lotte passate?

Ho notato più volte un certo snobismo riguardo determinate forme di attuazione e  vertenze che ne derivano. Dover studiare la bolletta e aprirsi a incontri con i cittadini – che vengono con problemi molto concreti – è interpretato da molte anime del movimento come un compito non nostro, come azioni di difesa dei consumatori (in una visione equivocatissima dei diritti dei cittadini), come pratiche minori e ininfluenti.

Ma è proprio così?

Partire da questioni molto concrete e tangibili (e faticosissime da seguire se paragonate alla sola pratica dei banchetti, delle azioni “politiche” e dei comunicati stampa) è uno errore? Individuare nella “bolletta” la costruzione di un percorso di consapevolezza e emancipazione del singolo cittadino è una ingenuità?

Altrimenti come può essere riempito il vuoto di diritti oggettivamente negati generati dalle privatizzazioni? Chi deve colmare questo vuoto? Chi difenderà oggettivamente i cittadini e che strumenti hanno per difendersi nella loro quotidianità? Le associazioni di consumatori? Deleghiamo a loro il compito dei “problemi minori” e momentaneamente legittimiamo l’esistenza dei “cittadini consumatori” mentre ci impegniamo nella grande vittoria che ci verrà protagonisti e promotori della democrazia dal basso?

Alzo la questione:
in che modo possiamo sperare in una solida  partecipazione e organizzazione popolare? E, se dovesse succedere, siamo disposti ad “aprirci” alla partecipazione – politica e trasversale – dei cittadini nel nostro movimenti?

Il tempo è un fattore con il quale ben pochi vogliono fare i conti. Una certa disperata necessità di essere preme sull’acceleratore. E sarà disastroso.

Per chi non è d’accordo sono disposta a lanciare una sfida:  avrà brevissima vita le caratteristiche fondanti del  movimento per l’acqua se deciderà di “entrare in politica” nel prossimo futuro.

Già ora assaggiamo una anteprima. Assistiamo a azioni palesemente antidemocratiche, a spostamenti di forze condizionati da strutture, a forzature per linee che esprimono solo parti del movimento, all’imposizione di un falso “consenso”. Spesso ormai troviamoci difronte a “atti compiuti” e non ultimo  ad una professionalizzazione che ormai è diventata normale quando normale non dovrebbe essere. Siamo militanti volontari e non dobbiamo – almeno non a lungo – ricevere uno stipendio.

E le elezioni non sono ancora vicine…

E qui cito un passaggio di Marco Bersani  che credo non sia l’unico a premere per una risposta strutturata del movimento:

> Il vero comando “dal basso” passa necessariamente nel trasformarsi in forza di autogoverno. Ma non mi sembra vi sia una consapevolezza diffusa all’interno del Forum dei movimenti per l’acqua per attuare un passaggio del genere.

Marco, che una ulteriore trasformazione del Forum avvenga posso dire sia auspicata da tutti, ma proprio da tutti noi. E’ sui tempi, metodi e sostanza di questa trasformazione che non troviamo una condivisione. E la battaglia è già iniziata da molto tempo.

Certo, abbiamo compiuto enormi passi e possiamo affermare che siamo stati in grado di incidere in una profondità notevole.

Ma in qualità di “rappresentanti del basso”, abbiamo notevoli contraddizioni: spesso ci “blindiamo” per non rivelare quanto lontani siamo da esprimere una sintesi di democrazia partecipativa,  una etica non violenta per il potere. Così come ancora siamo lontani da una radicalità duratura e consistente nel tessuto sociale.  Siamo, soprattutto, lontani da una visione condivisa di vero rispetto per il “basso”, ovvero per i cittadini.

Perciò in questa lunga gerarchia di rappresentanza della società se vogliamo sopravvivere e diventare “soggetto” maturo è bene capire il nostro ruolo, ridimensionare l’idea di onnipotenza, essere autocritici, assumere una certa umiltà con gli ultimi e allo stesso tempo reagire decisamente alla tendenza di subalternità ai partiti, sindacati, associazioni che hanno identificato nel movimento gli interlocutori dei cittadini, cadendo loro stessi in questa lunga catena di mascheramenti.

E poniamo fine a tutti gli stipendiati del movimento. Se proprio sarà necessario allora non devono essere dotati di valenza politica. Così forse daremmo un passo reale verso la nascita di una etica diversa.

E’ mancato citare la situazione dell’ultimo “mattone”, i soggetti di cui siamo i “custodi”: i cittadini.

Meritano di più?

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