Il movimento per l’acqua e la lebbra di Braulino

Braulino arriva insieme ad un gruppo di persone. Sembra aver tra i 60 e 70 anni ma l’età, in certe parti del mondo, è difficile da capire. Il sole, la vita di stenti e di lavoro, le sofferenze lasciano segni, solchi sul viso, mappe scolpite dalla violenza brasiliana.
Ha un sorriso mansueto e negli occhi quel misto di gentilezza, timidezza e una certa malinconia tipico dell’Amazzonia.
Il cappello di paglia, più comune ai pescatori dell’interno, stona in quella periferia di Manaus asciutta, spoglia, poverissima. E non riesce a proteggerlo dal sole tropicale che picchia forte già dal primo mattino.
E’ magro Braulino ma ha braccia forti. Da vicino è ancora più piccolo, lui e la stampella in un equilibrio ormai simbiotico.
Ci fa accomodare nella sede della associazione comunitaria. Una stanza dalle pareti spoglie, con il grigio cemento vivo. Ci racconta dei pozzi che gestiscono nel loro quartiere. A Manaus, sapete, nonostante stia sulla riva del Rio Negro, l’acqua non raggiunge la periferia in permanente espansione. Le tubature sono in gran parte ancora quelle posate dagli inglesi più di cent’anni fa, in pieno boom del caucciù. Quella periferia che cresce incessantemente verso la foresta perciò è puntellata da pozzi artesiani.
Braulino ci racconta di prima quando la gestione idrica era pubblica e la manutenzione,  la sostituzione delle pompe era fatta per la Cosama. Dopo la privatizzazione e l’arrivo della Suez, con il nome di Águas do Amazonas, la nuova azienda ha offerto lo stesso servizio ma in cambio la comunità doveva rinunciare alla gestione dei pozzi.
“Come potevo permetterlo?” ci chiede Braulino. ” Aguas do Amazonas non regala nulla a nessuno: se non paghi ti taglia l’acqua. Da noi le famiglie pagano la bolletta quando possono e i soldi servono tutti per la manutenzione di queste pompe ormai vecchie. C’è la disoccupazione, le malattie, non potevamo dare a loro i nostri pozzi”.
Già, le malattie.
Braulino è lebbroso. La sua è una comunità costituita soprattutto di malati del Mal di Hansen e dei loro figli. Un morbo arrivato in Amazzonia attraverso gli europei e che ha costretto alla segregazione migliaia di persone al lungo della storia amazonense, diventando endemico. Il quartiere Colonia Antonio Aleixo infatti era un lebbrosario attivo fino agli anni 80.
Il pensiero va a Nanina, morta pochi anni fa quasi centenaria. Lei era figlia di ex-schiavi che avevano preso la lebbra e con loro ha vissuto nei tanti lebbrosari fino ad arrivare alla Colonia Antonio Aleixo. Lei raccontava che la notte non si dormiva talmente alti erano i lamenti, le urla di dolore provocate dalla malattia, dove le ossa potevano piegarsi nell’arco di poco tempo. Gli abitanti di quel ex-lebbrosario hanno vividi quei ricordi. Le misteriose pasticche somministrate di esito incerto e talvolta fatale, i figli che venivamo tolti appena nati e portati agli istituti religiosi. Era permesso qualche visita domenicale, i bambini alzati da lontano, per brevi momenti. Stesse storie sentiamo da Isabel, anziana resa cieca dalla malattia e che vive insieme al marito, paralizzato su un’amaca. Isabel sembra un angelo, con un sorriso da bambina in quel viso incorniciato dai capelli bianchissimi.
E questo contesto è importante per donare maggiore spessore alla fermezza di quel piccolo uomo e la sua comunità. Perché Braulino avrebbe potuto tranquillamente fare un accordo con la Suez. Lo stesso accordo promosso in tante altre comunità di Manaus.
Attraverso la ONG francese Essor, che prendeva soldi dalla cooperazione francese, era in atto un vero progetto di cooptazione delle comunità, con uno scopo molto preciso come dimostrano alcuni documenti, ovvero “come fare affari con i poveri”. La strategia consisteva nello stimolare la creazione di gruppi comunitari autonomi dalle tradizionali rappresentanze di quartiere. Di solito erano gruppi di donne. La Essor promuoveva formazione, venivano create formalmente associazioni con tanto di sede, luce e telefono, corsi di avviamento al primo lavoro, ecc. In cambio le rappresentanze comunitarie distribuivano loro stesse le bollette dell’acqua e, in più, stimolavano gli stessi abitati a denunciare il vicino, moroso, che aveva magari fatto un allaccio clandestino.
Potete capire la straordinaria capacità della Suez di annullare l’interfaccia “cattiva” del gestore e portare il conflitto all’interno della propria comunità. Questo progetto ha ricevuto un premio internazionale nell’ambito delle multinazionali dell’acqua e rifiuti. Geniale.
Del resto, sono francesi…
Torniamo a Braulino. Ha deciso di rifiutare la proposta della Suez. Anche se implicava non avere mezzi per provvedere alla manutenzione dei pozzi artesiani, anche se significava rimanere senz’acqua in quella sperduta, infernale periferia amazzonica. E non era una decisione affatto scontata. Sarebbe stato semplice per lui, quasi naturale, accettare questo scambio: la tranquillità economica, un ruolo di potere in cambio dell’affidamento della gestione alla multinazionale.
E forse una delle ragioni che hanno spinto gli abitanti della Colonia Antonio Aleixo a rischiare di rimanere senza acqua pur di mantenere un rapporto umano va spiegata nella propria, tremenda, malattia. La segregazione ha creato un fortissimo legame comunitario mentre il Brasile contemporaneo compiva un percorso inverso, con il succedersi delle crisi economiche, la dittatura, la diseguaglianza, l’iperinflazione, l’implosione dei nuclei familiari e l’urbanizzazione selvaggia che ha generato fenomeni come i meninos de rua.
I malati del morbo di Hansen sanno che anche curati porteranno per sempre i segni della malattia, saranno sempre evitati, privati del minimo rapporto fisico con gli altri. Conoscono perfettamente la loro condizione di ultimi tra gli ultimi.
Allora ecco che lui e i suoi improvvisamente diventano immensi nella loro ostinata ed inconsapevole resistenza. La loro malattia paradossalmente li ha resi immuni ai meccanismi ideologici del mercato.
Questo testo nasce in un altro contesto. In una discussione politica dove si cercava di spiegare una certa concezione di partecipazione,  di democrazia dal basso. E dovevo attraversare l’oceano, arrivare alla foresta amazzonica, iniziare da loro, da Braulino e Nanina e Isabel, riportando questa storia dimenticata per porre qualche riflessione qui, tra noi, in una Italia che ha visto nascere il più importante movimento europeo di difesa dell’acqua come bene comune.
Una esperienza che ormai sembra re iniziare la lunga spirale che traccia la storia italiana, ignorando la pluralità che aveva caratterizzata la sua nascita, imboccando la via di corpo unico, omogeneo, verticale.
Mi domando se per magia gli attivisti dell’acqua italiani dovendosi trovare sotto il caldo infernale, la terra rossa e secca dell’Amazonia quando è disboscata, la settimana di fame, i vestiti logori, i figli costretti ad andare alla scuola per accedere ai pasti, l’isolamento sociale dei lebbrosi della Colonia Antonio Aleixo, avrebbero retto alla tentazione arrivata in forma di sociologi e operatori sociali della Essor o, nel nostro caso, delle strutture di partiti, sindacati, associazioni.
Quanto avrebbero capito che è una tentazione e il tanto che si può perdere? E, se avessero vissuto veramente quella vita, quanto  sarebbe stato invece naturale ignorarle, le tentazioni?
Al posto di curare, nutrire, affermare la nostra pluralità – aspetto inedito di questo movimento – sembra che velocemente ci lasciamo contaminare da strutture e storie altre. Strutture malate in piena crisi come i sindacati, i partiti.
Pezzo dopo pezzo, azione dopo azione, ci avviciniamo a loro, ci appoggiamo con una certa – quasi ingenua – convinzione di essere immuni.
Credo però che sia ancora possibile evitare lo stesso errore ripetuto nel corso di generazioni. Ripeto spesso che  esiste un conflitto reale attorno all’accesso all’acqua e spero che il movimento sia in grado di ascoltarlo, rispettarlo. Abbiamo la potenzialità  di purificarci dei vecchi mali egemonici che uccidono qualsiasi forma di movimento in Italia e di rifondarci ma solo se rimaniamo fedeli ai contenuti oriundi da quel conflitto, se iniziamo a stare  insieme ai cittadini, senza la pretesa di “interpretarli”, “rappresentarli” ma imparare e crescere insieme a loro.
Se abbiamo la democrazia partecipativa e dal basso come bandiere allora con perseveranza e di maniera onesta dobbiamo costruirle. Tra di noi per primi. Creando nuove forme di organizzazione, rinunciando con coraggio a quelle ormai moribonde. E non ci sono guide, manuali d’uso. E non ci dovrebbero essere “coordinamenti” che assimilano tutto e danno “la linea”.
Ci vorrebbero “le linee”, e mani, tante, in tutte le loro possibili variazioni. Tracciando nuove strade, disegnando nuove pratiche. Diventando arte.
Magari siamo ancora in tempo per curarci. E se proprio dobbiamo avere una malattia che sia la lebbra di Braulino.

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