Il sonno è ciò che vogliono

Al posto di “siciliani” leggere “italiani”:

“Il sonno, caro Chevalley, il sonno è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e, sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagagliaio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente: la nostra sensualità è desiderio di oblio, le schioppettate e le coltellate nostre, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte, la nostra pigrizia, i nostri sorbetti di scorsonera o di cannella; il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semi-desti; da ciò il famoso ritardo di un secolo delle manifestazioni artistiche ed intellettuali siciliane: le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali; da ciò l’incredibile fenomeno della formazione attuale, contemporanea a noi, di miti che sarebbero venerabili se fossero antichi sul serio, ma che non sono altro che sinistri tentativi di rituffarsi in un passato che ci attrae appunto perché è morto.”

Estratto da “Il Gattopardo”

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Se i movimenti tornassero a scuola per imparare una nuova pedagogia

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Io punto a quella parte di società che non si riverserà nei movimenti o lo farà occasionalmente, in quei brevi momenti dove le necessità si sfioreranno.
Io punto alla società dei “poveri”, dei destrutturati, di coloro che non sanno esprimersi (ancora).
Se i partiti sono in crisi, lo sono altrettanto le pratiche dei movimenti. Crescono per subito ripiegarsi in lotte egemoniche. Nutrendo la distanza, il distacco, dalla propria società.
Dunque le energie della società, alimentate dalla crisi, dai controlli saltati, non trovano sbocco, dialogo, nelle esperienze organizzate.
Serve una “didattica” altra, un percorso diverso, di organizzazione. E non nascerà imponendo lotte, elaborazioni – anche se giuste – dall’alto.
Io svuoterei le piazze e affollerei i quartieri. Imparando reciprocamente dentro la quotidianità.  Senza “rappresentare” il conflitto ma essendone parte, frutto autentico.
Vivere sulla pelle il conflitto anziché promuoverlo, per idealismo o strategia. Riconoscendoci veramente oppressi, fratelli perciò, di una società che pretendiamo erroneamente custodire, rappresentare.
Ci vuole una pedagogia nuova. Una pedagogia che travolga anche i soggetti, i militanti. Mettendo in crisi le nostre verità e metodi.
Per costruire la democrazia partecipativa non bisogna aspettare le “condizioni oggettive” (la ripubblicizzazione dell’acqua, una Giunta democratica, ecc). Perché semplicemente non esistono all’orizzonte.
Le “gestioni partecipative” si creano aprendo sentieri. E si parte dai quartieri. Sollecitando i cittadini ad esprimersi su temi specifici. Vivendo/soffrendo/subendo il conflitto.
Bisogna crederci radicalmente, però, in questo metodo. Altrimenti sarà facile nascondersi nella critica ai partiti.
I “movimentisti” di mestiere continuano a parlare di inclusione, partecipazione dal basso. Sono una farsa. Lo dimostrano questi 12 anni dove non hanno fatto NULLA per una democrazia partecipativa.
Noi militanti siamo nessuno, non abbiamo imparato nulla in questi  anni per insegnare la libertà ad altri.

“L’educazione libertaria è incompatibile con una pedagogia che, di maniera cosciente o mistificata, è pratica di dominazione. La pratica della libertà riuscirà finalmente ad incontrare una espressione adeguata in una pedagogia dove l’oppresso abbia le condizioni di, riflessivamente, scoprirsi e conquistarsi come soggetto della sua propria destinazione storica”1

Da qui si riparte.

1 – Ernani Maria Fiori

Sul Quirinale il Pd si spacca. Tocci, Pd: “I franchi tiratori sono i veri saggi”

Dopo l’assemblea dei grandi elettori del Pd, l’ex vice sindaco di Roma Walter Tocci spera che “la notte porti consiglio”. E ricorda il Borromini: “Dal caos ha creato una grande città”. Inizia oggi il lungo calvario del partito di Bersani, spaccato sul nome del candidato per il Quirinale. Lui propone Marini, ma la fronda interna punta su Rodotà.

di Astrid Lima via manifestiamo.eu

Ermanno Stradelli. O filho da Cobra Grande

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Ermanno Stradelli. O filho da Cobra Grande

produção: Astrid Lima e Antonio Valassina (LibLab)
duração: 52 minutos
ano de produção: 2013

Um filme de Andrea Palladino
Por informações de tuxauas de lá, o Rio Uaupés está interdito aos brancos. No mesmo tempo que me diziam isso eu tive a satisfação de saber que tal proibição não se estendia ao “Conde”, que é como me chamam quando falam de mim; o Myua Raira, o filho da grande serpente, como o sr. Coudreau dizem que me chamam, não ouvi mais que uma ou duas vezes enquanto tirava fotografias. [Ermanno Stradelli]

A história

O Conde Ermanno Stradelli, geógrafo italiano, nascido em 1852 em Borgo Val di Taro (na época província de Piacenza), morreu 87 anos atrás na Amazônia, no leprosário do Umirizal (Manaus, Brasil).
Havia chegado na Amazônia em 1879, aos vinte e seis anos, após ter abandonado os estudos em Direito e vendido o patrimônio herdado do pai, morto alguns anos antes.
Manaus, na época, era a capital do ciclo da borracha e viria a ser uma das cidades mais ricas do mundo, meta de imigrantes europeus, muitos deles italianos, que marcariam a “Paris dos Trópicos”. A riqueza de Manaus derivava da extração do látex, fundamental para a indústria automobilística depois da descoberta do processo de vulcanização.
Stradelli mergulha de corpo e alma na cultura indígena, aprendendo a “língua geral”, o nheengatu. O “Conde italiano” parece mais um viajante eclético do que antropólogo: é geógrafo, linguista, poeta, etnólogo, fotógrafo, jurista. Na virada do século abandona definitivamente a Itália. Em 1893 se naturaliza brasileiro, transformando-se, como escreve o historiador Câmara Cascudo, em um amazonense de Piacenza.
Por muitos anos o Conde Stradelli viaja pelos rios amazônicos. Participa à definição das fronteiras entre o Brasil e a Guiana Inglesa, desenha os primeiros mapas hidrográficos da região, repercorre aquele que muito provavelmente era o antigo caminho para o lago Parime, indicado nos mapas até o ano de 1750 como o lendário Eldorado. Continua a leggere