La strada impervia dei Paria

Appena rientrata dall’incontro di comitati territoriali per l’acqua in Umbria.
Due giorni intensi dove abbiamo interagito con il professore di Diritto Amministrativo di Perugia, Enrico Carloni, l’avvocato dei comitati, Sandro Ponziani, il presidente di ABC Napoli – l’unica azienda idrica ridiventata pubblica in Italia-  Maurizio Montalto, Thierry Uso, di AQUATTAC e Anne Le Strat, ex- presidente di Eau de Paris e tra i protagonisti del processo di ripubblicizzazione della gestione idrica nella capitale francese.
E’ stato disegnato un panorama del momento nel quale si trova la lotta per l’acqua in questo paese e delle dinamiche europee e internazionali.
Devo dire che in tutti questi anni di incontri dei comitati territoriali è la prima volta che non ne usciamo totalmente stanchi e demotivati.
Abbiamo vissuto fino in fondo la  paralisi che si è abbattuta nell’intero movimento  senza mai negarla in una pratica tanto falsa quanto inutile. E’ stata affrontata a viso aperto cercando di capire le ragioni, le alternative e le strade possibili da prendere.
Ed è durissimo ripartire dalle ceneri di oltre 10 anni di movimento dove sono stati consumati i ponti con la popolazione e si è perso la legittimità di milioni di voti.
Questo è stato il quarto incontro di territori. Siamo riusciti ad arrivare fin qui e non è poco! Um concreto senso di comunità si sta sviluppando non più in funzione dell’asfissia del vecchio organismo che ha rappresentato il movimento – e del quale tutti noi abbiamo contribuito a costruire – ma che ormai aveva perso fertilità.
I sentimenti che ci univano inizialmente erano quelli del tradimento subito, di non trovare più uno spazio di espressione, schiacciati dall’arroganza e della necessità di controlo, politico ed economico, di chi ormai dettava le regole. Ci univa la consapevolezza che rimanere lì significava abbracciare l’illusione di aver vinto, proseguendo come se i pezzi di anni di elaborazione collettiva che si perdevano non fossero altro che piccole foglie al vento.
Rimanere significava perdersi in un labirinto di specchi, allontanarsi ancor di più di una ricerca genuina di partecipazione e inclusione, di crescita di organizzazione sociale.
Abbiamo rotto l’incantesimo, ognuno con i suoi tempi, le proprie modalità e storie. Per nessuno di noi è stato facile o privo di dolore ma lo abbiamo fatto. E, perdonatemi la presunzione, abbiamo dimostrato coraggio in abbandonare una struttura che confortava,  proteggeva e definiva  in cambio della strada impervia dei Paria.
Ora mi è chiaro che dovevamo attraversare questo processo, senza mistificazioni, senza negazioni. Quanto più veloci lo facciamo più ampie sono le possibilità di trovarci in quelle finestre temporali di opportunità che si creano, di scorgere le porte quasi sempre invisibili della storia.
Ci siamo aperti alla realtà e, riconoscendola, possiamo avvertirla.
ESISTIAMO.
No, non è poco.

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