Ermanno Stradelli. O filho da Cobra Grande

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Ermanno Stradelli. O filho da Cobra Grande

produção: Astrid Lima e Antonio Valassina (LibLab)
duração: 52 minutos
ano de produção: 2013

Um filme de Andrea Palladino
Por informações de tuxauas de lá, o Rio Uaupés está interdito aos brancos. No mesmo tempo que me diziam isso eu tive a satisfação de saber que tal proibição não se estendia ao “Conde”, que é como me chamam quando falam de mim; o Myua Raira, o filho da grande serpente, como o sr. Coudreau dizem que me chamam, não ouvi mais que uma ou duas vezes enquanto tirava fotografias. [Ermanno Stradelli]

A história

O Conde Ermanno Stradelli, geógrafo italiano, nascido em 1852 em Borgo Val di Taro (na época província de Piacenza), morreu 87 anos atrás na Amazônia, no leprosário do Umirizal (Manaus, Brasil).
Havia chegado na Amazônia em 1879, aos vinte e seis anos, após ter abandonado os estudos em Direito e vendido o patrimônio herdado do pai, morto alguns anos antes.
Manaus, na época, era a capital do ciclo da borracha e viria a ser uma das cidades mais ricas do mundo, meta de imigrantes europeus, muitos deles italianos, que marcariam a “Paris dos Trópicos”. A riqueza de Manaus derivava da extração do látex, fundamental para a indústria automobilística depois da descoberta do processo de vulcanização.
Stradelli mergulha de corpo e alma na cultura indígena, aprendendo a “língua geral”, o nheengatu. O “Conde italiano” parece mais um viajante eclético do que antropólogo: é geógrafo, linguista, poeta, etnólogo, fotógrafo, jurista. Na virada do século abandona definitivamente a Itália. Em 1893 se naturaliza brasileiro, transformando-se, como escreve o historiador Câmara Cascudo, em um amazonense de Piacenza.
Por muitos anos o Conde Stradelli viaja pelos rios amazônicos. Participa à definição das fronteiras entre o Brasil e a Guiana Inglesa, desenha os primeiros mapas hidrográficos da região, repercorre aquele que muito provavelmente era o antigo caminho para o lago Parime, indicado nos mapas até o ano de 1750 como o lendário Eldorado. Continua a leggere

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Di un vento che non arriva e della necessità di soffiare

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Ora entro nella modalità attesa.
E’ una condizione che mi era estranea, 20 anni fa. L’Italia me l’ha imposta, obbligandomi a lunghissimi periodi di immobilità. Una immobilità creativa, lavorativa, esistenziale.
Una condizione del genere non esiste in America Latina. Lì la vita, le dinamiche, i processi sono in continuo – e spesso folle – movimento. L’esistenza vibra. Una vibrazione che non necessariamente costruisce, certo, però mantiene un certo allenamento, alimenta l’inquietudine, ti obbliga a cercare risposte, vie, sbocchi.

In AL non è possibile chiudersi in una stanza, isolarsi dietro mura come spesso ho visto in Italia. Il vento tropicale, caldo, afoso, potente invade le fessure, forza le porte, scompiglia i capelli, sconvolge le fondamenta. Nel bene e nel male. E ti porta via, ti sbatte fuori nel mondo.

Mi ha sempre impressionato la lentezza con la quale si avvera il futuro in Italia. Ti dà il tempo per capire, per costruire la paura. Tic. Tac.
In Brasile il futuro arriva impietoso, irrompe improvviso. E devi pensare, agire velocemente. E ancora. E ancora.

Ogni volta che rientro qui ho netta la sensazione, mentre si aprono le porte scorrevoli dell’aeroporto, della frenata improvvisa. E il treno, fuori,  è ancora lo stesso di prima, magari prendi qualche vagone indietro, ma è sempre lo stesso. Da noi sarebbero passati molti, cambiati i modelli, le tecnologie, carburanti. Alcuni si sono deragliati, altri dirottati o  compiuto una breve corsa, altri ancora ti avrebbero portato lontano.

Si vive qui in una condizione di perenne contenzione. Nella memoria, la vibrazione.

Siamo immuni alla paura, noi latinoamericani, ma non alla noia, alla siccità, al futuro ogni giorno uguale, accaduto proprio poco fa, e che nessuno ricorda. Con chi parlare allora e perché farlo se le domande sono destinate ad essere dimenticate in questo alzheimer italiano.
Non siamo indifferenti invece ai suoni che tornano eco di antiche esplosioni, al ricordo dei colori dolorosamente nitidi sotto la linea dell’Equatore, agli odori/sudori del sincretismo tropicale.
Non siamo indifferenti alla memoria del presente che ci bussa alla porta.
E siamo nati/drogati di movimento/vento. Bambini giocando per le vie mentre in cielo si scatenano tempeste mai viste prima. (I suoni dei tuoni, la luce dei fulmini).

Ed eccomi, paziente, aspettando. Camminando claudicando per non disimparare accanto al treno che va piano – ma non a passo d’uomo, gli uomini sono più veloci.
A lungo togli le forze però, man mano la sete logora. E neanche i miraggi danno sollievo. Senza praxis si appassisce. Senza provare e riprovare diminuiamo, ci perdiamo.

E magari non arriva mai, la folata che ti porti via.

Cerchi allora di soffiare, con l’aria che ancora hai nei polmoni ed è quasi patetico perché sei uno, piccolo e le pareti spesse, di romana memoria.
Ma soffi.

(Nella memoria la vibrazione. In tasca qualche traccia di magia e canzone).

PS- In anticipo è arrivato lo Scirocco. Non è dato sapere se penetrerà con la sua polvere il treno, insinuandosi sul veicolo, inceppando meccanismi,  o si porterà dal deserto solo piccole immagini tremanti. Per poi rialzarsi via.

Flash mob: bacio… libera tutti!

Un bacio – ma cos’è poi un bacio?
Un giuramento un pò più da vicino, una promessa più precisa, una confessione che cerca una conferma, un’apostrofo roseo fra le parole t’amo, un segreto soffiato in bocca invece che all’orecchio, un frammento d’eternità che ronza come l’ali d’un ape, una comunione che sa di fiore, un modo di respirarsi il cuore e di scambiarsi sulle labbra il sapore dll’anima!
Cyrano De Bergerac (Edmond Rostand)

Il 29 giugno a Piazza Cairoli (Velletri) realizziamo un flash mob per la libertà di amarci.

L’iniziativa è nata da un gruppo variegato di amici dopo la notizia sull’aggressione che hanno subito due ragazze lesbiche in un locale della città.

Volevamo fare qualcosa che fosse diverso dalle forme “tradizionali” di manifestazione. Da questo è nata l’idea di un evento, una dimostrazione collettiva di affetto. Una manifestazione gioiosa, soprattutto senza aggressione, senza “caccia alle streghe”, senza processi.

Ed è tutto molto semplice: Continua a leggere

Aspettando la primavera

Bebe, bene, bene, bene, bene. Il giorno oggi è grigio e freddo. Quando è così sembra che l’intero mondo sia fermo. Difficile immaginare che non molto lontano un mondo statico da sempre sta sbriciolando a furor di popolo. O semplicemente che ci sia caldo da qualche parte.

Professioni

É sempre um encanto essa Itália que sabe ser antiga e moderna, pobre e rica e encontrar a medida.

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Calzolaio

Esse artesão tem casa própria, tem acesso a um sistema sanitário público, digno e de alto nível, os seus filhos se quiserem podem estudar grego antigo, latim e filosofia nas escolas públicas do segundo grau. Ele pode ir a um restaurante e talvez cruzar com um magistrado ou um secretário de governo ou um empresário ou um artista sentados na mesa ao lado. Viaja de férias, mesmo que por poucos dias porque, sabem, a crise na Itália não está fácil.
Mesmo com essa profissão ele tem uma vida digna.
Para chegar neste nível, neste tipo de Estado, a Itália fez uma escolha no pós – guerra e, sobretudo, depois do período das manifestações populares, dos grupos armados, das lutas dos anos 60 e 70: construir um verdadeiro Estado social. E isso foi com sacrifício. É esse Estado que Berlusconi quer destruir: sucatear a saúde, diminuir drasticamente os investimentos na educação, alardear que é melhor não pagar imposto (imposto precisa existir, precisa ser cobrado de quem ganha mais), desmontar a justiça e os mecanismos de investigação que lutam cotidianamente contra as máfias. Tudo isso para previlegiar o privado.
Antes que o Brasil fique por demais arrogante com a nova riqueza encontrada é preciso lembrar que não dura para sempre se não souber como extinguir a concentração de renda e o ódio e violência que isso gera entre as classes, se não investir em educação (para todos) e saúde (para todos).
Sabendo que a estrada é longa é muita burrice não respeitar o sapateiro.